Mostre

Quasi un paradiso – Fotografia dell’era coloniale nell’arte contemporanea

Museo Rietberg – Gablerstrasse 15 – Zurigo 

Fino al 6 settembre 2026

Una mostra molto interessante e coinvolgente, che senza accuse esplicite o inutili lamentazioni vuole fare luce su un fenomeno che ha coinvolto praticamente tutte le nazioni, in mondo diretto o indiretto: il colonialismo.

Questa mostra collettiva esplora in modo completo questo fenomeno nell’arte contemporanea globale, con 20 artisti di fama internazionale provenienti da Africa, Americhe, Asia, Australia e Oceania, che lavorano con materiale fotografico dell’era coloniale.

La mostra è suddivisa in quattro sezioni.

Mutazioni

In molti luoghi al di fuori dell’Europa, mancano fotografie che documentino il passato delle comunità, offrendo risposte sulle loro origini, memorie, appartenenze. Senza fotografie, una parte della loro storia rimane nascosta. In questa sezione, gli artisti reagiscono a questa assenza creando i propri archivi. Le loro opere rendono visibile ciò che è stato tramandato – e ciò che è andato perduto.

Interessante l’opera di Dinh Q. Lê, (1968–2024, Vietnam) Crossing the Farther Shore: cercando nei mercatini di Ho Chi Minh City le fotografie perdute della propria famiglia, ha scoperto migliaia di immagini appartenute a famiglie costrette alla fuga: in grandi strutture cubiche le fotografie restituiscono un volto alle storie raramente raccontate della vita quotidiana nel Vietnam del Sud prima della guerra.

Nell’opera monumentale Parede da Memória (Muro della Memoria) Rosana Paulino (nata 1967, Brasile) ripete gli stessi undici ritratti 750 volte, rendendo impossibile ignorare le lacune della memoria collettiva, denunciando la mancanza di documentazione visiva delle persone nere nella memoria culturale brasiliana.

Particolare dell’opera di Dinh Q. Lê. Sullo sfondo, la parete di Rosana Paulino.

Confronto

La macchina fotografica ha agito come uno strumento capace di rappresentare i popoli colonizzati come “altri”, come diversi. Queste immagini però non si limitano a plasmare il modo in cui vediamo il mondo: stabiliscono anche ciò che crediamo di essere. Gli artisti presentati nella seconda sezione della mostra hanno cercato fotografie del passato, dando loro nuovi significati, reinterpretando ciò che era stato imposto come verità visiva.

Nella serie Four Seasons, Wendy Red Star (1981, USA) prende di mira con ironia e precisione le fotografie storiche dei nativi nordamericani. I suoi autoritratti messi in scena deridono l’idea romantica secondo cui gli indigeni vivessero in perfetta armonia con la natura, utilizzando paesaggi artificiali, fiori di plastica, erba sintetica e animali gonfiabili.

Un’opera di Wendy Red Star

Cura

Nel corso del tempo, le fotografie storiche hanno spesso mostrato ingiustizie, documentando lo sfruttamento dei corpi e della terra. Gli artisti della terza sezione intervengono direttamente sulle fotografie, ricordandoci che il passato non è davvero passato: le sue eco sono ancora avvertibili nel presente.

Partricolarmente emozionanti le opere di Sasha Huber (1975, Svizzera), con la serie Tailoring Freedom. Con una graffettatrice interviene sulle immagini realizzate dal naturalista svizzero-americano Louis Agassiz, che nel 1850 fece fotografare persone schiavizzate nude nel tentativo di sostenere la sua teoria della “gerarchia delle razze”. Le graffette perforano l’immagine, creando un’armatura che protegge i soggetti rappresentati, sottraendoli allo sguardo colonialista.

Particolare di una delle opere di Sasha Huber

In the Photo Fantastic

Le lacune nella storia scritta, le fratture nella propria biografia o le informazioni mancanti sulle persone raffigurate costituiscono il punto di partenza della sezione finale della mostra. Qui, gli artisti si basano sui metodi della critical fabulation sviluppati da Saidiya Hartman, in cui i vuoti della storia vengono colmati attraverso modalità immaginative, dando vita a nuovi ruoli, voci e identità. Gli artisti riescono così a liberare tali figure e a condurle in uno spazio ricco di possibilità, dove passato, presente e futuro si mescolano – e dove, per un momento, il paradiso sembra a portata di mano.

Andrea Chung (1978, USA) rielabora il mito afrofuturista di Drexciya, secondo cui le donne africane incinte, gettate in mare dalle navi negriere, avrebbero dato alla luce bambini capaci di vivere sott’acqua. Questi bambini avrebbero fondato un regno sottomarino paradisiaco, dove il trauma della schiavitù si trasforma in una storia di sopravvivenza, resistenza e futurismo nero. Chung immagina un museo per gli abitanti di Drexciya. Nelle sue opere compaiono i volti di donne nere tratti da fotografie storiche della collezione del Museo Rietberg, che custodisce una vasta collezione di fotografie scattate in Africa e in Asia tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo, restituendo loro una nuova visibilità.

Un’opera di Andrea Chung

La mostra è accompagnata da un catalogo dettagliato, pubblicato in tedesco e inglese da Spector Books, disponibile nel negozio del museo.

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