Pensare come una montagna – Il Biennale delle Orobie

È iniziato il quinto e ultimo ciclo di Pensare come una montagna – Il Biennale delle Orobie, il programma della GAMeC – Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea di Bergamo che, sotto la direzione artistica di Lorenzo Giusti, coinvolge le comunità del territorio grazie alla partecipazione di artiste e artisti internazionali e si concluderà il 18 gennaio 2026.
Sei sono le sedi coinvolte, in questa fase: Bergamo con l’Atelier dell’Errore e Pedro Vaz, Almenno San Bartolomeo con Agnese Galiotto, Dalmine con Abraham Cruzvillegas, Gerosa (Brembilla) con Bianca Bondi, Sottochiesa (Val Taleggio) con Gaia Fugazza, Astino con Asunción Molinos Gordo.
TEN è la mostra antologica del collettivo Atelier dell’Errore che raccoglie alcuni tra i nuclei più significativi della loro produzione artistica a partire dal 2015, anno in cui il laboratorio di arti visive dedicato ai bambini e alle bambine neuro-divergenti, fondato dall’artista bergamasco Luca Santiago Mora nel 2002, si è costituito come collettivo professionalmente dedito alla pratica artistica e performativa, trovando base permanente presso la Collezione Maramotti a Reggio Emilia.
Il progetto espositivo racconta un percorso unico nel panorama contemporaneo attraverso dipinti, disegni, video e installazioni realizzati nell’ultimo decennio. TEN è il ritratto vivo di un organismo collettivo dalla pratica radicale, incentrata su due soli principi operativi: Animali ed Errori.

Sempre alla GAMeC Becoming Mountain è esposta una grande installazione pittorica di Pedro Vaz ispirata al paesaggio montano dell’Alta Via delle Orobie Bergamasche e sviluppata dopo un’esperienza di trekking sulla Presolana.

L’opera Graces for Gerosa è stata concepita dall’artista Bianca Bondi (Johannesburg, 1986) appositamente per la chiesa sconsacrata di origine romanica di Santa Maria in Montanis. Al centro dello spazio si colloca un gruppo scultoreo composto da sette figure a grandezza naturale, realizzate in gesso a partire da un calco diretto dei corpi di persone volontarie del paese. Le figure vuote si trasformano in vere e proprie sculture interiori e trattengono l’impronta di un’esistenza, restituendo la permanenza di chi ha prestato il proprio corpo per la produzione dell’opera.

A Dalmine, nel Parco della Fondazione Dalmine, l’artista Abraham Cruzvillegas (Città del Messico, 1968) presenta un nuovo intervento site-specific, realizzato in collaborazione con la Fondazione Dalmine, il Comune e tre cooperative sociali che operano sul territorio (Il Sogno, La Solidarietà e Oasi Il Picchio Verde), utilizzando materiali di scarto e oggetti quotidiani provenienti dal contesto industriale di TenarisDalmine e dalle realtà agricole della zona.
L’opera, come accade spesso nei lavori dell’artista, si propone come un dispositivo aperto all’interpretazione, capace di evocare immagini differenti a seconda dello sguardo di chi osserva.

Affascinante Mother of Millions, il progetto sviluppato da Gaia Fugazza in collaborazione con NAHR – Nature, Art & Habitat Residency in seguito a un periodo di residenza in Val Taleggio: si tratta di una scultura di grandi dimensioni realizzata in argilla di Impruneta, lavorata artigianalmente a colombino e volutamente non lisciata, posta all’interno della Stalla Gherba. La porosità del materiale permette ai sali di affiorare in superficie, creando una patina bianca dall’aspetto caseoso, che conferisce all’opera un aspetto vivo, in continuo mutamento. L’opera rappresenta una figura umana ispirata alla pianta Mother of Millions (Kalanchoe delagoensis), una succulenta originaria del Madagascar capace di riprodursi in maniera asessuata, creando cloni direttamente dai margini delle sue foglie: nuovi germogli che, cadendo al suolo, generano altre piante. Questa capacità rigenerativa diventa una metafora in cui il mondo vegetale e quello umano si rispecchiano in una medesima tensione verso la continuità e la trasformazione. Dopo la presentazione in Val Taleggio, Mother of Millions sarà esposta nelle sale della GAMeC.

L’affresco La montagna non esiste, realizzato con la tecnica tradizionale ad Almenno San Bartolomeo dall’artista Agnese Galiotto (Chiampo, 1996), si sviluppa su una parete affacciata sulla piazza centrale del paese e richiama nella composizione triangolare la sagoma del Monte Albenza sullo sfondo, che sembra proseguire idealmente nella pittura. Questa forma diventa la base di una narrazione visiva in cui uno stormo di uccelli – composto da decine di specie diverse – si muove dalle vette verso la pianura, mentre altri osservano dal basso, nascosti tra le foglie spesse di un’agave. Nel cuore della pianta affiorano mani che danno forma a gesti che sembrano richiamare da un lato la precisione della pratica scientifica dell’inanellamento, e dall’altro il gesto intimo e quotidiano di raccogliere un fiore. In questo intreccio di suggestioni, le margherite siamesi, fiori doppi con uno stesso stelo, diventano immagini di unione e ambivalenza, che parlano di fragilità e resistenza, ma anche di convivenze apparentemente inconciliabili.

Nella Valle della Biodiversità di Astino, infine, in collaborazione con l’Orto Botanico “Lorenzo Rota” di Bergamo, l’artista spagnola Asunción Molinos Gordo svilupperà il workshop artistico-partecipativo Crops are not Orphans che, a partire dall’archivio dei semi custodito dall’Orto, raccoglierà e condividerà le storie ad essi legate, proponendo una riflessione collettiva sul concetto di Seeds Kinship, la capacità dei semi di generare legami affettivi e alimentare un senso di appartenenza.



